“COME I PONTI ANCHE LE ANIME POSSONO CROLLARE PER INCURIA”
Scrive Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera agli insegnanti, parole che risuonano importanti per chiunque si occupi di Cura.
La cura nel mio ambito professionale prescinde dagli orientamenti psicoterapeutici, va al di là di quello che studiamo sui libri, di un protocollo, di un sintomo, di un disturbo, della patologia. La cura attiene all’umano e alla Persona, al singolo individuo: si ha cura dell’altro se abbiamo attenzione e ascolto autentico verso il suo modo unico di sentire la realtà, lasciando aperta la possibilità di poter apprendere dall’esperienza dell’incontro, con la flessibilità necessaria rispetto alle conoscenze apprese, affinchè non diventino dogmi, classificazioni assolute e riduttive della ricchezza individuale. È importante che nella nostra professione ogni percorso terapeutico rappresenti un viaggio in mare aperto, unico ed irripetibile, che mantenendo i suoi punti cardinali fermi e condivisi con il paziente, quali scopi terapeutici, ruoli e responsabilità, sia capace di spingersi verso spazi inesplorati. Ogni analista deve reinventare la psicoanalisi per ogni singola persona incontrata, citando Ogden “l’analista deve imparare da capo come essere analista con ogni nuovo paziente e in ogni nuova seduta”, mantenendo un dialogo sempre aperto tra esperienza, incontro e conoscenza. L’evoluzione e il benessere affondando le radici in un atteggiamento di apertura e permeabilità: solo se siamo convinti di non sapere già tutto è possibile aprirsi ad un reale ascolto e ad una autentica conoscenza. Possiamo essere per i nostri pazienti una base sicura, quell’accogliente spazio di “safe haven”, che attraverso la cura, permette l’esplorazione, promuove la capacità, per niente banale, di mettere in gioco le proprie certezze, di volgere lo sguardo verso zone d’ombra, spesso spaventose e immaginare soluzioni, assumendo nuovi punti di vista possibili per guardare il mare che solchiamo nel nostro cammino e l’orizzonte che ci aspetta.

