In una società essenzialmente narcisista votata al successo personale e all’approvazione, é molto difficile parlare di Cura. Oggi più che mai l’individuo è spinto a consolidare i propri confini, nell’illusoria credenza che eludere la propria e altrui dimensione interna, non sempre così rassicurante, sia una garanzia di benessere.. e il concetto autentico di Cura viene meno o completamente distorto. La cura diventa spesso ipercura della superficie, lasciando fuori la complessità della profondità che implica un’elaborazione mai priva di difficoltà, o manutenzione psicocorporea, in cui correggere difetti e storture esterne o interne, spogliandosi di tutto ciò che è negativo e non può essere tollerato, semplicemente scansandolo dalla vista, diventa prioritario. In realtà ci dimentichiamo che la cura richiede necessariamente una relazione, nel senso più ampio del termine:
“Prendere cura implica la reciprocità, l’incontro di un coinvolgimento con un altro coinvolgimento. Nessuno si coinvolge da sé.
Il primato della cura di sé, non è forse la sua assenza la malattia mortale della nostra società? Non aver cura di sé vuole appunto dire non coinvolgersi, non essere attenti alle differenze, in breve essere indifferente. Quanto alla reciprocità, essa è la forma complessa e completa della cura: è il momento in cui la vita, di cui abbiamo cura, ha a sua volta cura di noi.”
Sarantis Thanopulos e Aldo Masullo

