Le parole che aiutano a dare un significato, parole che aiutano a sostenere un momento così delicato.. ad aprire orizzonti possibili. È anche questo un tempo da vivere, questa “instabile zona di mezzo che stiamo percorrendo” tra ciò che stiamo lasciando e ció a cui ci stiamo aprendo. Siamo chiamati ad immaginare una realtà sicuramente diversa, poiché in fondo ogni “guarigione” non è il ripristino dell’integrità precedente, ma rappresenta un cambiamento di stato, la creazione di un nuovo equilibrio.
“Compito di una comunità è certamente quello della protezione della vita, soprattutto dei soggetti più fragili, ma è anche quello, come accade nel mito biblico del profeta Noè, sopravvissuto alla catastrofe del diluvio, di saper piantare la vigna. Le parti migliori di noi e del nostro Paese sono quelle che assomigliano a Noè; il “resto salvato” dalla distruzione, le forze positive che resistono alla devastazione del male. Ma nel nostro caso la vigna esige di essere piantata anche se attorno c’è ancora morte e distruzione. Non potrà accadere alla fine del diluvio, ma in una zona di transito, fatalmente incerta. È questa la durissima prova di realtà che questo trauma collettivo esige e che non si potrà rinviare. È l’angoscia di non riuscire a rappresentarci come saremo e cosa diventeremo in un tempo che non ci permette di scindere il passato traumatico dall’avvenire del ricominciamento. È l’instabile zona di mezzo che stiamo percorrendo: non la luce o le tenebre, ma la luce obliqua nelle tenebre; non la paura o il coraggio, ma il coraggio nella paura. Non potremmo più essere quello che siamo stati ma non sappiamo bene ancora cosa potremmo diventare. Quello che è certo è che quello che diventeremo non è già stato, non potrà essere quello che siamo già stati. Non più dopo questo trauma. È questa la nostra paura più grande. Ma come diceva bene Jung: “Là dove è più grande la paura, questo è il nostro compito”.
Massimo Recalcati – La Repubblica 12/04/2020

