Quale Cura?

In una società essenzialmente narcisista votata al successo personale e all’approvazione, é molto difficile parlare di Cura. Oggi più che mai l’individuo è spinto a consolidare i propri confini, nell’illusoria credenza che eludere la propria e altrui dimensione interna, non sempre così rassicurante, sia una garanzia di benessere.. e il concetto autentico di Cura viene meno o completamente distorto. La cura diventa spesso ipercura della superficie, lasciando fuori la complessità della profondità che implica un’elaborazione mai priva di difficoltà, o manutenzione psicocorporea, in cui correggere difetti e storture esterne o interne, spogliandosi di tutto ciò che è negativo e non può essere tollerato, semplicemente scansandolo dalla vista, diventa prioritario. In realtà ci dimentichiamo che la cura richiede necessariamente una relazione, nel senso più ampio del termine:

“Prendere cura implica la reciprocità, l’incontro di un coinvolgimento con un altro coinvolgimento. Nessuno si coinvolge da sé.

Il primato della cura di sé, non è forse la sua assenza la malattia mortale della nostra società? Non aver cura di sé vuole appunto dire non coinvolgersi, non essere attenti alle differenze, in breve essere indifferente. Quanto alla reciprocità, essa è la forma complessa e completa della cura: è il momento in cui la vita, di cui abbiamo cura, ha a sua volta cura di noi.”

Sarantis Thanopulos e Aldo Masullo

Giardini interiori

“ La caduta delle foglie, la paralisi della vita durante l’inverno, lo schiudersi dei germogli, il movimento dell’acqua tra le rocce. Sono tutte esperienze che anche l’individuo fa, solo che le esprime con i concetti complessi della psicologia, mentre il giardino le esprime con il linguaggio della natura.”

J. Hillman

Giardino di Claude Monet a Giverny

Momenti emblematici del percorso di vita e del mondo interno di ogni individuo. La possibilità che questo possa avvenire in modo naturale e spontaneo è legato alla qualità del terreno su cui si è coltivato. A volte infatti può capitare di incontrare difficoltà nel fiorire nuovamente, dopo un rigido inverno, rimanendo bloccati in uno stato emotivo particolare o affettivamente congelati. Entrambe le condizioni ci segnalano un grande impegno difensivo della nostra psiche per mantenersi in equilibrio in una difficoltosa realtà. La vita sembra proseguire a stento, permanendo in uno stato embrionale di inespressività, le esperienze negative ripetersi, un senso di vuoto e di mancanza di significato insinuarsi in modo sempre più consistente. Momenti in cui l’individuo può prendere contatto con la difficoltà di germogliare sul terreno arido in cui ha affondato le proprie radici. Proprio come le natura ci insegna che è necessario un terreno fertile, nutrimento e luce per poter sbocciare e sopravvivere all’inverno, alla nostra anima potremmo allora offrire la possibilità di essere ospitata in uno spazio vitale, in cui la cura necessaria è tangibile nell’attenzione per i bisogni autentici, a partire proprio dal loro riconoscimento: elementi essenziali che alimentano la capacità di sopravvivere a condizioni sfavorevoli ed impervie, la solidità, il coraggio di esprimersi e di essere autenticamente se stessi.. e allora il movimento e la continuità dell’esperienza possono riattualizzarsi e l’individuo torna a fiorire ancora.

Coltiviamo giardini interiori, l’anima come il giardino richiede cura: attenzione, premura, bellezza.

L’acqua ci ricorda che la continuitá della propria esistenza è legata a quello stato di fluidità, mutamento e divenire, in cui nulla è eternamente fissato e pietrificato senza speranza.

“Fintantoché una persona è in grado di sognare la propria esperienza, è capace di generare una risposta emotiva a essa, di apprendere da essa e di esserne cambiato”

Studio di Psicoterapia – Corso Garibaldi 28, Ancona

Bernando Bertolucci e la Psicoanalisi: l’incontro di due Muse

Bertolucci, magistralmente, tesse nei suoi film quel legame profondo tra il Cinema e la Psicoanalisi: Muse contigue, nate nello stesso tempo, con un comune sguardo verso l’inconscio, che in modo singolare ed integrativo hanno influenzato il ventesimo secolo.

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“Tutti i miei film sono stati fusi nello stampo dell’analisi, fondata in massima parte sul materiale onirico – e dopotutto non sono forse i film fatti di materia onirica? Non sono fatti della stessa materia del sogno?

Il regista definisce inizialmente il suo cinema come “un miscuglio di caotica memoria e fantasia, di ricordi e di sogni” plasmato dai suoi anni di psicoanalisi che gli hanno permesso di soggettivarne la forma e regalarci la possibilità di giocare con la realtà, così come i sogni ci permettono di ripristinare un equilibrio rispetto alle salde convinzioni della nostra vita conscia. Il cinema di Bertolucci, così sinceramente scandaloso ed esplicito, nel riflesso di ciò che è essenzialmente umano e di conseguenza, a tratti perturbante, apre uno spiraglio: quello sguardo che lui stesso sostiene di insinuare nel buco della serratura, ci svela importanti verità sulla nostra natura.

In un articolo redatto da Luciana Sica per la Repubblica, alla domanda: “Pensa, o meglio “sente” che la psicoanalisi ha ancora un peso nella cultura di oggi? Bertolucci risponde: “E’ una domanda che ricorre periodicamente. Ogni tanto si legge un titolo del tipo La Psicoanalisi è morta, è la cultura che continua ad avere paura dell’analisi, a coltivare una sua forma di resistenza nei confronti di Freud. Io non sarei così pessimista: l’analisi non muore, si trasforma questo sì, perché è comunque immersa nella vita, nella quotidianità, nel presente”.

La psicoanalisi deve molto all’arte, in questo caso grazie a Bernardo Bertolucci per aver reso materia osservabile ed esperienza emotiva la feconda conflittualità dell’uomo, le sue indicibili pulsioni e i puri desideri, le sue più nobili qualità. Grazie al suo cinema, che con lo sguardo saggio di colui che nel cuore dell’anima ha percorso a lungo e in profondità, ci ha lasciato la possibilità di interrogarci sempre, di far vacillare le nostre certezze e quindi autenticamente di conoscerci.

“Finché c’ è analisi c’ è speranza..ma chi può osannare tanto la clinica di Freud, oggi tutt’ altro che venerata? Molto controcorrente, ci vuole coraggio intellettuale, oltre a una vena d’ ironia”

Bernardo Bertolucci

Forma e Cambiamento

Quando attraversiamo una fase di cambiamento, può essere difficile vedersi con i propri limiti, i propri lati oscuri ed ombre.. altrettanto impegnativo è sostenere il turbamento emotivo che ne consegue. Se si riesce a reggerne la visione, a fare spazio a ciò di nuovo sta emergendo, elaborandone il senso, con un opportuno sostegno e contenimento affettivo-emotivo come guida di percorso, si finisce con lo stare meglio. Questo è un “fatto” che la clinica psicoanalitica conferma.

È importante, nel mare in tempesta, mantenere una prospettiva, essa è il filo necessario che offre la libertà dal labirinto. E fare spazio, rimanere flessibili rispetto a ciò che ancora non conosciamo, ma, in qualche modo, ci appartiene.

Trauma: il Corpo e l’Anima

Siamo spesso costretti, nel corso della vita, a fare esperienze emotive particolarmente intense e dirompenti, superiori di gran lunga alle capacità della nostra mente di farvi fronte, tollerandone l’impatto ed elaborandone il significato. La sopraffazione di emozioni intollerabili può colpire in particolar modo la mente infantile, una mente vulnerabile, in quanto mal equipaggiata in termini di risorse psicologiche e qualità delle difese, per poter sostenere condizioni di abuso, violenza fisica e psicologica e di trascuratezza affettiva e abbandono da parte delle figure di accudimento primarie. Questi eventi, sostenuti nel tempo, vanno a costituire un vero e proprio trauma evolutivo, che minaccia di estinguere la scintilla vitale dell’individuo, generando uno squarcio nell’anima: una sorta di dissociazione salvavita che incapsula e “preserva” quel nucleo innocente e vitale del bambino, permettendo che la vita vada avanti, ma ad un carissimo prezzo. Infatti, mentre la dissociazione salva il nucleo vitale del Sè, allo stesso tempo mette l’individuo nella condizione di perderlo, come un fiore di cui si preserva il seme, recidendolo dalla vita finché non possa trovare il nutrimento necessario affinché possa sbocciare nuovamente. Le conseguenze sono molteplici e rintracciabili nella fluidità della vita psichica e nel corpo. Il corpo permane in uno stato di allerta, come se la reazione fisiologica di allarme rimanga attiva, inconsapevolmente, al momento del trauma. Lo stress che ne deriva danneggia il sistema immunitario, a causa degli elevati livelli di cortisolo che rimangono in circolo, generando spesso infiammazioni e disturbi che possono riguardare varie parti del corpo come la pelle, l’apparato gastrointestinale, l’apparato cardiovascolare.

A livello psichico vi è una perdita di contatto con la genuinità del proprio mondo emotivo, generando l’esperienza di discontinuità e lacune nei propri vissuti. Si hanno notevoli difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni, dargli un nome e un significato, così come per gli stati interni e i bisogni propri ed altrui, compromettendo anche la dimensione relazionale dell’individuo.

La relazione terapeutica può ripristinare una co-regolazione diadica, basata sul riconoscimento empatico del dolore dissociato, affinché quell’affetto possa ritrovare finalmente parola, uno spazio sicuro in cui le esperienze traumatiche possano essere “ri-membrate” e quindi integrate.

Una buona relazione terapeutica restituisce all’individuo la possibilità che la scintilla vitale racchiusa nel “bozzolo interiore” al momento del trauma, possa insediarsi nel corpo.

“Ispirando il corpo, lo spirito trasforma un corpo vivente in un corpo animato. Al tempo stesso incarnando lo spirito, il corpo lo fa discendere nello spazio e nel tempo rendendolo reale. Spirito e materia sembrano cercarsi reciprocamente attraverso la psiche, e il luogo in cui si incontrano è l’anima umana”

D. Kalsched

Avere Cura

“COME I PONTI ANCHE LE ANIME POSSONO CROLLARE PER INCURIA”

Scrive Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera agli insegnanti, parole che risuonano importanti per chiunque si occupi di Cura.

La cura nel mio ambito professionale prescinde dagli orientamenti psicoterapeutici, va al di là di quello che studiamo sui libri, di un protocollo, di un sintomo, di un disturbo, della patologia. La cura attiene all’umano e alla Persona, al singolo individuo: si ha cura dell’altro se abbiamo attenzione e ascolto autentico verso il suo modo unico di sentire la realtà, lasciando aperta la possibilità di poter apprendere dall’esperienza dell’incontro, con la flessibilità necessaria rispetto alle conoscenze apprese, affinchè non diventino dogmi, classificazioni assolute e riduttive della ricchezza individuale. È importante che nella nostra professione ogni percorso terapeutico rappresenti un viaggio in mare aperto, unico ed irripetibile, che mantenendo i suoi punti cardinali fermi e condivisi con il paziente, quali scopi terapeutici, ruoli e responsabilità, sia capace di spingersi verso spazi inesplorati. Ogni analista deve reinventare la psicoanalisi per ogni singola persona incontrata, citando Ogden “l’analista deve imparare da capo come essere analista con ogni nuovo paziente e in ogni nuova seduta”, mantenendo un dialogo sempre aperto tra esperienza, incontro e conoscenza. L’evoluzione e il benessere affondando le radici in un atteggiamento di apertura e permeabilità: solo se siamo convinti di non sapere già tutto è possibile aprirsi ad un reale ascolto e ad una autentica conoscenza. Possiamo essere per i nostri pazienti una base sicura, quell’accogliente spazio di “safe haven”, che attraverso la cura, permette l’esplorazione, promuove la capacità, per niente banale, di mettere in gioco le proprie certezze, di volgere lo sguardo verso zone d’ombra, spesso spaventose e immaginare soluzioni, assumendo nuovi punti di vista possibili per guardare il mare che solchiamo nel nostro cammino e l’orizzonte che ci aspetta.

“Proprio perché l’anima è la sede della nostra soggettività, non può mai diventare oggetto di investigazione o dissertazione scientifica. Come la luce, l’anima vive “fra due mondi”, ora particella ora onda, come sempre evanescente, irraggiungibile, capace di immergerci nel mondo e di riportarci nelle profondità di noi stessi. Se fossimo saggi, probabilmente ci asterremmo dal parlare dell’anima e impareremmo ad ascoltare in silenzio”

Donald Kalsched

ArcheologicaMente

Freud amava l’archeologia

e spiegava il suo amore con il fatto che “lo psicoanalista, come l’archeologo nei suoi scavi, deve scoprire uno dopo l’altro i vari strati della psiche del paziente, prima di arrivare ai più profondi e preziosi tesori”. A partire dal Particolare, dal Dettaglio, dall’Imperfetto, il lavoro archeologico e psicoanalitico mobilitano l’immaginazione nel ricostruire un mondo segreto sommerso. E’ la ricerca di un’armonia tra tracce, ricordi, rappresentazioni, seguendo un ordine di senso, più che cronologico, che ci permette di soggettivare la nostra storia e rimetterci in cammino lungo il senso della nostra esistenza, eredi del nostro inconscio personale ma anche collettivo, che ci parla nei sogni e dalla terra.

Area Archeologica “La Cuma” – Monte Rinaldo (FM)
Campagna di scavo 2018

“Ogni persona che cerca l’analisi sta facendo un pellegrinaggio spirituale. […] Tutte le nostre teorie possono essere viste come modi di disfare le difese o i processi distruttivi che il paziente mette in atto. Il miracolo della Psicoanalisi – ed è un miracolo – è che quando un individuo arriva a capire il nucleo della sua esperienza infantile, si scopre che tutta la sua rabbia, tutto il rifiuto della vita  hanno avuto un solo scopo: preservare, a qualunque costo, il bambino che è capace di amare”.
Margaret Arden

Il sistema difensivo è spesso una fortezza che imprigiona e, allo stesso tempo, protegge la parte più autentica e vitale del proprio Sè. Nella relazione analitica è possibile aprire un dialogo tra due mondi: quella dimensione dimenticata, pura ed innocente, di ciascun bambino, che osserva il mondo investendolo di amore e idealizzazione e la dimensione adulta, forgiata e confinata dall’esperienza della sofferenza, incontrata nel flusso della vita. Questa riconciliazione, questa unificazione vivificatrice, ci consente di rimetterci in viaggio, nella bellezza della nostra duplicità: più coraggiosi nel lasciar fluire gli affetti, più capaci di tollerare la sofferenza. Più consapevoli, più umani.

 

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“Ecco cosa mi commuove di più di questo piccolo principe addormentato: è la sua fedeltà a un fiore, è l’immagine di una rosa che risplende in lui come una fiamma di una lampada, anche quando dorme…” 
Saint-Exupéry – Il Piccolo Principe