
Nel tempo in cui la luce sembra più tenue e il buio più presente, siamo naturalmente portati a desiderare solo ciò che illumina, dimenticando che la psiche non cresce per esclusione, ma per integrazione.
Jung ci ricorda che:
“Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l’oscurità.”
L’ombra non è ciò che va eliminato, ma ciò che chiede di essere visto: parti di noi, emozioni e pensieri negati, ma anche potenzialità non riconosciute. Tenerla fuori dalla coscienza non la rende meno attiva, la rende solo più inconscia.
La maturità psicologica nasce dal saper riconoscere i poli e i contrasti interiori, dal comprenderne la danza silenziosa: ciò che proteggono, ciò che temono, ciò che chiedono.
È da questo ascolto profondo che possono nascere scelte autentiche. Non più reazioni dettate dalla paura, ma posture incarnate, che finalmente ci appartengono. La scelta prende il posto della fuga e il conflitto si trasforma in possibilità. Perché, come ci ricorda Jung, “la completezza non è perfezione, ma totalità.”
Affinché la vita possa offrire uno spazio di esistenza non ideale, Nina Coltart ci richiama all’urgenza di restare umani: non impeccabili, ma presenti. La vera trasformazione non passa attraverso la negazione del limite o della sofferenza, bensì attraverso la capacità di tollerarli, di sostarvi senza fuggire.
Integrare luce e ombra significa accettare che la vita si muove nel chiaroscuro e che la salute psichica non equivale a stare sempre bene, bensì, sempre, restare in relazione con ciò che siamo.
Il Natale, simbolicamente, parla della luce che nasce nel punto più buio dell’anno. Il Sè nasce quando smettiamo di combattere una parte di noi e iniziamo ad ascoltarla.
Tenere insieme i vissuti contrastanti è un atto di coraggio. Non siamo solo ciò che brilla, né solo ciò che è oscuro, ma il dialogo vivo tra entrambi.. “l’incontro con se stessi è l’incontro piu scomodo, ma anche il più necessario.”











L’antica pratica del Kintsugi, testimonianza estetica della riparazione, evoca la possibilità di abitare il dolore negli urti della vita. Ogni vita è segnata da particolari cicatrici, potremmo dire che l’unicità di ciascun individuo, la sua singolare individualità è forgiata anche dagli eventi che l’hanno ferito. Freud paragonava infatti la struttura psichica di ciascun individuo ad un cristallo, caratterizzato da specifiche linee interne di scissione. Nel momento in cui il cristallo cade e si infrange, non lo fa in modo arbitrario, ma si rompe seguendo le sue linee interne di sfaldatura. Questo evidenzia due fattori importanti: sia che in quanto individui siamo caratterizzati da vulnerabilità soggettive che ci rendono sensibili e predisposti ad incrinarci in determinate situazioni, sia che le ferite sono parte della nostra natura. La psicoterapia, come processo creativo, è simile all’attività artistica, in quanto pone l’individuo nella possibilità di (ri)pensare se stesso proprio a partire da una continuità con il suo passato: come nell’arte del Kintsugi, nella psicoterapia, la linea di frattura, simbolica di un evento traumatico, non vuole essere cancellata, bensì accolta e valorizzata, ospita il dolore e ne conserva il significato. La crepa assume la valenza di una memoria che arricchisce l’opera, la rinnova, infonde quindi vitalità, ricostruisce un nuovo equilibrio tra le parti, unico ed irripetibile. Nondimeno importante è la dimensione di cura, intrinseca nell’antica tecnica giapponese: anziché sostituire l’oggetto, il restauro esprime la premura di ripararlo in modo prezioso. Riparare vuol dire quindi offrire l’opportunità di trasformare le ferite in feritoie: proprio laddove sembra esserci soltanto distruzione e perdita si apre la possibilità di una nuova vita.