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Restare umani: nel buio, la luce

Nel tempo in cui la luce sembra più tenue e il buio più presente, siamo naturalmente portati a desiderare solo ciò che illumina, dimenticando che la psiche non cresce per esclusione, ma per integrazione.

Jung ci ricorda che:

“Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l’oscurità.”

L’ombra non è ciò che va eliminato, ma ciò che chiede di essere visto: parti di noi, emozioni e pensieri negati, ma anche potenzialità non riconosciute. Tenerla fuori dalla coscienza non la rende meno attiva, la rende solo più inconscia.

La maturità psicologica nasce dal saper riconoscere i poli e i contrasti interiori, dal comprenderne la danza silenziosa: ciò che proteggono, ciò che temono, ciò che chiedono.

È da questo ascolto profondo che possono nascere scelte autentiche. Non più reazioni dettate dalla paura, ma posture incarnate, che finalmente ci appartengono. La scelta prende il posto della fuga e il conflitto si trasforma in possibilità. Perché, come ci ricorda Jung, “la completezza non è perfezione, ma totalità.”

Affinché la vita possa offrire uno spazio di esistenza non ideale, Nina Coltart ci richiama all’urgenza di restare umani: non impeccabili, ma presenti. La vera trasformazione non passa attraverso la negazione del limite o della sofferenza, bensì attraverso la capacità di tollerarli, di sostarvi senza fuggire.

Integrare luce e ombra significa accettare che la vita si muove nel chiaroscuro e che la salute psichica non equivale a stare sempre bene, bensì, sempre, restare in relazione con ciò che siamo. 

Il Natale, simbolicamente, parla della luce che nasce nel punto più buio dell’anno. Il Sè nasce quando smettiamo di combattere una parte di noi e iniziamo ad ascoltarla.

Tenere insieme i vissuti contrastanti è un atto di coraggio. Non siamo solo ciò che brilla, né solo ciò che è oscuro, ma il dialogo vivo tra entrambi.. “l’incontro con se stessi è l’incontro piu scomodo, ma anche il più necessario.”

Mostro

(Frankenstein – Guillermo del Toro, 2025)

Un dolore diffuso, attuale, vivo e per questo contattabile da molti, attraverso questa narrazione profonda, delicata, sensibile. Una fiaba che parla con il linguaggio degli archetipi, densa di simboli e di ferite universali.

Il dolore di chi si è sentito, come figlio, tanto desiderato e poi colpevolizzato per aver deluso. Ci sono figli che finiscono per ereditare un’identità non scelta, costretti a indossare l’immagine che un altro ha sognato per loro. Figli che imparano presto, come direbbe Alice Miller, che per essere amati devono compiacere, devono farsi specchio dei bisogni del genitore, sacrificando la propria verità per conservare un legame.

Ma anche il genitore, spesso, è stato intrappolato nella stessa storia. Anch’egli ha imparato a sentirsi di valore solo quando compiaceva, a vivere nel solco di un sogno non suo. E così, inconsapevolmente, tramanda la ferita: la spinta a realizzare ciò che un tempo non ha potuto essere, perpetuando la catena di amori condizionati. Un’eredità emotiva che passa di mano in mano, di cuore in cuore, come un testimone invisibile.

È proprio lì che nasce il Mostro: dove l’amore si intreccia al debito. Dalle aspettative disattese di chi genera e poi pretende, di chi dona la vita e ne reclama la prova di riconoscenza. Nel tentativo disperato di meritare affetto, il bambino si allontana da sé, costruisce una maschera di obbedienza e “successo”, di apparente splendore, ma sotto quella pelle lucida resta la creatura ferita, incompresa, affamata di autenticità. Quelle ferite che meriterebbero di essere viste, accolte.

Ed è proprio intorno a queste ferite che si apre uno spazio di senso. Come scrive Chandra Candiani “Bisogna salvare le ferite. Non lasciarle sole, sperdute nell’idea fissa della medicazione e della guarigione. Bisogna interrogare le ferite e aspettare le risposte… Perdere una ferita significa perdere una segnaletica importante per un viaggio dentro le orme dell’esistenza, un viaggio che ci accomuna e ci distingue, ci fa cantati, cantati dalla vita cruda.”

Le ferite non sono soltanto ciò che fa male: sono una mappa, una cartografia interiore. Un richiamo. Spesso diventano feritoie, punti attraverso cui la luce riesce a entrare e uscire, rivelando l’unicità della nostra anima. In questo senso, il Mostro non è la deformità da temere, ma il varco dove la vulnerabilità si fa voce e chiede finalmente di essere ascoltata.

Il Mostro porta addosso la colpa di essere se stesso, di non riuscire a rendersi amabile. La “colpa”, direbbe Winnicott, di non aver trovato un ambiente sufficientemente buono in cui potersi sentire, semplicemente, vivo. In cui esistere liberamente, con dignità.

Avremmo tutti bisogno di un Padre, non solo biologico, ma soprattutto simbolico: una presenza che sostenga e che resti. Un Padre capace di guardare il figlio e vederlo davvero, non per ciò che rappresenta, ma per ciò che è. Capace di sciogliere il vincolo tra amore e merito, di restituire al figlio e forse anche a se stesso, il diritto di non dover più guadagnare affetto incarnando un Io ideale.

Un Padre che ami non “nonostante” la differenza, ma “attraverso” la differenza. Perché è proprio lì, nello spazio fra ciò che si era immaginato e ciò che egli è, che il figlio esiste davvero.

E con lui, la sua irriducibile soggettività.

Sharp Objects

La pelle ci contiene: raccoglie e protegge il nostro interno, lo tutela dall’esterno e al contempo lo mette in relazione con esso. Permette di stabilire un contatto: è il luogo di incontro e di scambio. La pelle, ricca e densa di recettori, registra le prime informazioni sensoriali e conserva le prime esperienze relazionali: è il confine che ricorda come siamo stati accarezzati, tenuti a distanza o abusati. É la tela segnata dalla nostra storia, che illustra e racconta la nostra identità, ci definisce, parla di noi. La solidità dell’io è come la nostra pelle, più o meno capace di essere quel necessario e delicato involucro che avvolge e riveste il nostro apparato psichico e i suoi contenuti e filtra il mondo che ci circonda. L’io come la pelle può essere violato: portare i segni e le tracce di un’occupazione, di una colonizzazione, di un limite che non è stato rispettato e amato. La pelle può allora diventare la tela che viene brutalmente incisa, martoriata, bucata, il luogo dell’assedio dell’Altro, delle sue indelebili e dolorose tracce, che lacerano la possibilità di potersi ancora sentire, incontrare, toccare, contattare, accettare, amare e lasciarsi amare.

La relazione così come ha il potere di ferire, può, allo stesso modo, lenire, curare, riparare quel confine danneggiato.

Camille, protagonista di Sharp Objects, interpretata da una sublime Amy Adams, è il l’intimo e potente racconto di questo e molto altro.

“Sharp Objects”, Jean-Marc Vallée, 2018

Transizioni

L’incertezza di questo tempo ha sorprendentemente consolidato una consapevolezza: la stanza di analisi potrà transitare, se necessario, pur preservando la sua accoglienza, il suo potenziale contenitivo e trasformativo..poiché non esiste luogo sicuro per coltivare una relazione, che non sia prima di tutto interiore.

Buon Compleanno Sigmund Freud

“Se non potrò muovere le potenze del cielo, solleverò quelle dell’inferno”

Grazie al coraggio di Sigmund Freud per aver offerto ospitalità a tutto ciò che l’uomo ha sempre tentato di eludere ed escludere dalla propria consapevolezza, come un intruso, come traccia dell’ingovernabile, dell’imprevedibile lato oscuro, in quanto sconosciuto, straniero, collocandolo al di là di un confine, solo illusoriamente, invalicabile. È così che ha aperto la strada alla profonda conoscenza dell’uomo, con temerarietà, quella di colui che oramai affermato, ad una conferenza, piuttosto che mettere a tacere, reprimere la voce di un “disturbatore”, scelse di dargli la parola ed ascoltarlo.

In transito

Le parole che aiutano a dare un significato, parole che aiutano a sostenere un momento così delicato.. ad aprire orizzonti possibili. È anche questo un tempo da vivere, questa “instabile zona di mezzo che stiamo percorrendo” tra ciò che stiamo lasciando e ció a cui ci stiamo aprendo. Siamo chiamati ad immaginare una realtà sicuramente diversa, poiché in fondo ogni “guarigione” non è il ripristino dell’integrità precedente, ma rappresenta un cambiamento di stato, la creazione di un nuovo equilibrio.

“Compito di una comunità è certamente quello della protezione della vita, soprattutto dei soggetti più fragili, ma è anche quello, come accade nel mito biblico del profeta Noè, sopravvissuto alla catastrofe del diluvio, di saper piantare la vigna. Le parti migliori di noi e del nostro Paese sono quelle che assomigliano a Noè; il “resto salvato” dalla distruzione, le forze positive che resistono alla devastazione del male. Ma nel nostro caso la vigna esige di essere piantata anche se attorno c’è ancora morte e distruzione. Non potrà accadere alla fine del diluvio, ma in una zona di transito, fatalmente incerta. È questa la durissima prova di realtà che questo trauma collettivo esige e che non si potrà rinviare. È l’angoscia di non riuscire a rappresentarci come saremo e cosa diventeremo in un tempo che non ci permette di scindere il passato traumatico dall’avvenire del ricominciamento. È l’instabile zona di mezzo che stiamo percorrendo: non la luce o le tenebre, ma la luce obliqua nelle tenebre; non la paura o il coraggio, ma il coraggio nella paura. Non potremmo più essere quello che siamo stati ma non sappiamo bene ancora cosa potremmo diventare. Quello che è certo è che quello che diventeremo non è già stato, non potrà essere quello che siamo già stati. Non più dopo questo trauma. È questa la nostra paura più grande. Ma come diceva bene Jung: “Là dove è più grande la paura, questo è il nostro compito”.

Massimo Recalcati – La Repubblica 12/04/2020

Sentinelle sullo schermo

“In nome della ragione costitutiva del loro lavoro, appunto, l’umanità della relazione, gli analisti possono uscire dalla nicchia degli studi professionali e riconoscere di essere quello che il loro impegno li fa essere, cioè “sentinelle” delle relazioni, posti per propria scelta (nessuno ci obbliga a fare gli analisti) sulle mura delle città a cogliere ogni segnale di infezione, di malattia possibile, di degenerazione in termini di umanità.

Torna utile anche oggi il versetto di Isaia (21, 11-12): «Sentinella, a che punto è la notte?» […] E la sentinella risponde: «Viene la mattina, e viene la notte». Ecco, esser vigili nella consapevolezza di una verità psicologica: che la notte buia è culla del sole mattutino.

Attenti, però: la luce non è in fondo al tunnel, come solitamente si dice, ma in ogni passo che compiamo”

Marco Garzonio, psicoterapeuta junghiano

Articolo completo:
http://fondazionefeltrinelli.it/sentinelle-sullo-schermo-del-coronavirus/

A cosa serve l’Analisi?

L’analisi serve ad avere una visione della propria realtà nascosta, del centro vitale di sé che, non riconosciuto nel suo valore identitario, condiziona ampiamente i comportamenti e produce quei sintomi psicosomatici che in genere motivano la richiesta di analisi. Si parte dai sintomi per esplorare quel labirinto che la psiche è in se stessa e per uscirne con un sovrappiù di senso e di visione che approfondiscono e ampliano la conoscenza di sé e, per naturale estensione, del mondo.

I sintomi recedono per amplificazione simbolica, non per riduzione materialista.

I poli dell’analisi sono due: la ricerca delle cause nascoste del malessere, bloccate tra le trame del romanzo familiare e nondimeno la ricerca delle possibilità di espressione e di autodeterminazione che la psiche ha ancora in serbo e che non erano state viste esattamente come non erano stati visti i danni. Nella sua accezione più generale, ma anche più essenziale, l’analisi è un processo di trasformazione che paradossalmente fa tornare l’Io cosciente al proprio nucleo essenziale, quello che per varie ragioni, legate per lo più a richieste inadeguate dell’ambiente, è stato tradito, non visto, non riconosciuto.

Carla Stroppa

In fondo la psicoanalisi nella profondità del suo sguardo e, al contempo, nel calore di una relazione sicura, offre sì un percorso che collateralmente cura il sintomo, ma essenzialmente svela, ripara e restituisce il valore del proprio Sè e il vitale significato della propria esistenza.

Ridi Pagliaccio

“Ridi, Pagliaccio… e ognuno applaudirá!

Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto;

in una smorfia il singhiozzo e ‘l dolor…

Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto

Ridi del duol che t’avvelena il cor”

Joker esprime in modo intenso la complessità della sofferenza nei suoi controversi aspetti, da quello umano disperato ed atroce, a quello sociale, assistenziale e politico. Non molto lontana dal film, la nostra realtà quotidianamente convive con una situazione estremamente precaria da un punto di vista sanitario nel rendere disponibili trasversalmente percorsi di supporto psicologico, ma soprattutto, ancora oggi, arranca umanamente nel poter offrire uno spazio dignitoso a coloro che appaiono in una forma distante da un’ideale comune di normalità:

“La cosa peggiore nell’avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non ce l’hai”

Sono parole che comunicano il dramma interno di chi ogni giorno combatte contro se stesso, in un contorsionismo difensivo, nel cercare di contenere, o forse meglio dire “soffocare”, la propria sofferenza, per essere accettato, riconosciuto, ascoltato.

È molto importante lasciare che tutto questo possa risuonare emotivamente in ognuno di noi, NON per giustificare il percorso che può condurre una vittima a diventare un carnefice, ma per comprendere quale tragedia si consuma in luoghi interiori, non molto distanti da noi.

Ispirazioni Orientali. Psicoterapia come Arte, tra riparazione e creatività.

L’antica pratica del Kintsugi, testimonianza estetica della riparazione, evoca la possibilità di abitare il dolore negli urti della vita. Ogni vita è segnata da particolari cicatrici, potremmo dire che l’unicità di ciascun individuo, la sua singolare individualità è forgiata anche dagli eventi che l’hanno ferito. Freud paragonava infatti la struttura psichica di ciascun individuo ad un cristallo, caratterizzato da specifiche linee interne di scissione. Nel momento in cui il cristallo cade e si infrange, non lo fa in modo arbitrario, ma si rompe seguendo le sue linee interne di sfaldatura. Questo evidenzia due fattori importanti: sia che in quanto individui siamo caratterizzati da vulnerabilità soggettive che ci rendono sensibili e predisposti ad incrinarci in determinate situazioni, sia che le ferite sono parte della nostra natura. La psicoterapia, come processo creativo, è simile all’attività artistica, in quanto pone l’individuo nella possibilità di (ri)pensare se stesso proprio a partire da una continuità con il suo passato: come nell’arte del Kintsugi, nella psicoterapia, la linea di frattura, simbolica di un evento traumatico, non vuole essere cancellata, bensì accolta e valorizzata, ospita il dolore e ne conserva il significato. La crepa assume la valenza di una memoria che arricchisce l’opera, la rinnova, infonde quindi vitalità, ricostruisce un nuovo equilibrio tra le parti, unico ed irripetibile. Nondimeno importante è la dimensione di cura, intrinseca nell’antica tecnica giapponese: anziché sostituire l’oggetto, il restauro esprime la premura di ripararlo in modo prezioso. Riparare vuol dire quindi offrire l’opportunità di trasformare le ferite in feritoie: proprio laddove sembra esserci soltanto distruzione e perdita si apre la possibilità di una nuova vita.