Sharp Objects

La pelle ci contiene: raccoglie e protegge il nostro interno, lo tutela dall’esterno e al contempo lo mette in relazione con esso. Permette di stabilire un contatto: è il luogo di incontro e di scambio. La pelle, ricca e densa di recettori, registra le prime informazioni sensoriali e conserva le prime esperienze relazionali: è il confine che ricorda come siamo stati accarezzati, tenuti a distanza o abusati. É la tela segnata dalla nostra storia, che illustra e racconta la nostra identità, ci definisce, parla di noi. La solidità dell’io è come la nostra pelle, più o meno capace di essere quel necessario e delicato involucro che avvolge e riveste il nostro apparato psichico e i suoi contenuti e filtra il mondo che ci circonda. L’io come la pelle può essere violato: portare i segni e le tracce di un’occupazione, di una colonizzazione, di un limite che non è stato rispettato e amato. La pelle può allora diventare la tela che viene brutalmente incisa, martoriata, bucata, il luogo dell’assedio dell’Altro, delle sue indelebili e dolorose tracce, che lacerano la possibilità di potersi ancora sentire, incontrare, toccare, contattare, accettare, amare e lasciarsi amare.

La relazione così come ha il potere di ferire, può, allo stesso modo, lenire, curare, riparare quel confine danneggiato.

Camille, protagonista di Sharp Objects, interpretata da una sublime Amy Adams, è il l’intimo e potente racconto di questo e molto altro.

“Sharp Objects”, Jean-Marc Vallée, 2018

Bernando Bertolucci e la Psicoanalisi: l’incontro di due Muse

Bertolucci, magistralmente, tesse nei suoi film quel legame profondo tra il Cinema e la Psicoanalisi: Muse contigue, nate nello stesso tempo, con un comune sguardo verso l’inconscio, che in modo singolare ed integrativo hanno influenzato il ventesimo secolo.

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“Tutti i miei film sono stati fusi nello stampo dell’analisi, fondata in massima parte sul materiale onirico – e dopotutto non sono forse i film fatti di materia onirica? Non sono fatti della stessa materia del sogno?

Il regista definisce inizialmente il suo cinema come “un miscuglio di caotica memoria e fantasia, di ricordi e di sogni” plasmato dai suoi anni di psicoanalisi che gli hanno permesso di soggettivarne la forma e regalarci la possibilità di giocare con la realtà, così come i sogni ci permettono di ripristinare un equilibrio rispetto alle salde convinzioni della nostra vita conscia. Il cinema di Bertolucci, così sinceramente scandaloso ed esplicito, nel riflesso di ciò che è essenzialmente umano e di conseguenza, a tratti perturbante, apre uno spiraglio: quello sguardo che lui stesso sostiene di insinuare nel buco della serratura, ci svela importanti verità sulla nostra natura.

In un articolo redatto da Luciana Sica per la Repubblica, alla domanda: “Pensa, o meglio “sente” che la psicoanalisi ha ancora un peso nella cultura di oggi? Bertolucci risponde: “E’ una domanda che ricorre periodicamente. Ogni tanto si legge un titolo del tipo La Psicoanalisi è morta, è la cultura che continua ad avere paura dell’analisi, a coltivare una sua forma di resistenza nei confronti di Freud. Io non sarei così pessimista: l’analisi non muore, si trasforma questo sì, perché è comunque immersa nella vita, nella quotidianità, nel presente”.

La psicoanalisi deve molto all’arte, in questo caso grazie a Bernardo Bertolucci per aver reso materia osservabile ed esperienza emotiva la feconda conflittualità dell’uomo, le sue indicibili pulsioni e i puri desideri, le sue più nobili qualità. Grazie al suo cinema, che con lo sguardo saggio di colui che nel cuore dell’anima ha percorso a lungo e in profondità, ci ha lasciato la possibilità di interrogarci sempre, di far vacillare le nostre certezze e quindi autenticamente di conoscerci.

“Finché c’ è analisi c’ è speranza..ma chi può osannare tanto la clinica di Freud, oggi tutt’ altro che venerata? Molto controcorrente, ci vuole coraggio intellettuale, oltre a una vena d’ ironia”

Bernardo Bertolucci