L’antica pratica del Kintsugi, testimonianza estetica della riparazione, evoca la possibilità di abitare il dolore negli urti della vita. Ogni vita è segnata da particolari cicatrici, potremmo dire che l’unicità di ciascun individuo, la sua singolare individualità è forgiata anche dagli eventi che l’hanno ferito. Freud paragonava infatti la struttura psichica di ciascun individuo ad un cristallo, caratterizzato da specifiche linee interne di scissione. Nel momento in cui il cristallo cade e si infrange, non lo fa in modo arbitrario, ma si rompe seguendo le sue linee interne di sfaldatura. Questo evidenzia due fattori importanti: sia che in quanto individui siamo caratterizzati da vulnerabilità soggettive che ci rendono sensibili e predisposti ad incrinarci in determinate situazioni, sia che le ferite sono parte della nostra natura. La psicoterapia, come processo creativo, è simile all’attività artistica, in quanto pone l’individuo nella possibilità di (ri)pensare se stesso proprio a partire da una continuità con il suo passato: come nell’arte del Kintsugi, nella psicoterapia, la linea di frattura, simbolica di un evento traumatico, non vuole essere cancellata, bensì accolta e valorizzata, ospita il dolore e ne conserva il significato. La crepa assume la valenza di una memoria che arricchisce l’opera, la rinnova, infonde quindi vitalità, ricostruisce un nuovo equilibrio tra le parti, unico ed irripetibile. Nondimeno importante è la dimensione di cura, intrinseca nell’antica tecnica giapponese: anziché sostituire l’oggetto, il restauro esprime la premura di ripararlo in modo prezioso. Riparare vuol dire quindi offrire l’opportunità di trasformare le ferite in feritoie: proprio laddove sembra esserci soltanto distruzione e perdita si apre la possibilità di una nuova vita.

